La parte in cui resisti (e inizi a perderti)
All’inizio resistere sembra forza.
Stringi i denti.
Vai avanti.
Ti dici che passerà.
E in effetti passa.
Passa tutto: l’entusiasmo, la voglia, il sentire.
Lei aveva deciso così: non cambiare.
Non adesso. Non è il momento.
C’è sempre qualcosa di più urgente di sé stessi, no?
Continuava a dire sì quando il corpo urlava no.
Continuava a restare dove non c’era più spazio.
Continuava a spiegarsi la vita invece di sentirla.
All’esterno funzionava.
Dentro… si stava spegnendo a rate.
La cosa più subdola non era il dolore.
Era l’abitudine.
Abituarsi a vivere a metà.
Abituarsi a non desiderare più.
Abituarsi a chiamare “normalità” ciò che in realtà era sopravvivenza.
Ogni tanto la vita bussava.
Un fastidio improvviso.
Un’emozione fuori posto.
Una domanda che tornava sempre uguale:
“È davvero tutto qui?”
Lei alzava il volume del mondo per non sentirla.
Finché un giorno non è successo niente di grave.
Ed è stato quello il problema.
Nessun crollo.
Nessun trauma.
Solo una mattina davanti allo specchio in cui non si è riconosciuta.
E lì ha capito il prezzo della resistenza:
non stava perdendo gli altri.
Stava perdendo sé stessa.
Resistere non l’aveva resa forte.
L’aveva resa distante.
Dal corpo. Dal desiderio. Dalla verità.
La resa non è arrivata come una sconfitta.
È arrivata come un respiro profondo.
Come quando smetti di nuotare controcorrente
e lasci finalmente andare ciò che non sei più.
Da lì è iniziato tutto.
Non con una soluzione.
Ma con una scelta minuscola e radicale: ascoltarsi.
Perché a volte non sei bloccata.
Sei solo rimasta troppo a lungo
nel posto che dovevi attraversare,
non abitare.
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